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Il vostro MisterJive è in partenza; colgo l'occasione per dichiare "sarà interessante questo blog?" clinicamente morto. Di sicuro nei prossimi due o tre mesi non lo aggiornerò, e non sono affatto sicuro di ricominciare a scrivere una volta tornato. C'è stato un periodo in cui avevo pensato di farmi pubblicità in tutti i siti e forum, musicali e non, ma era anche un periodo in cui non facevo veramente un tubo nella vita; ormai, anche se a malincuore, ci ho rinunciato. In ogni caso, se qualcuno mi richiedesse una recensione potrei anche fare uno strappo alla regola e scriverla lo stesso; finora sarà capitato due volte in tutto, ma non si sa mai!
Baci abbracci e squisitezze a tutti, a presto in ogni caso!
MisterJive






Forse è un po' presto per tirare le somme, ma vorrei ugualmente sapere che cosa ne pensate della musica degli anni Duemila. Se volete la mia opinione è stato uno dei periodi peggiori di sempre: rivoluzioni sonore non ce ne sono state, tutto è stato all'insegna del revival; vi sono stati sì cambiamenti epocali, ma hanno riguardato più che altro il supporto fisico e il modo di fruire la musica. Da questo punto di vista forse ci troviamo veramente all'anno zero, il boom di internet e del download ha portato a case discografiche sull'orlo del fallimento e a gruppi che diventano famosi grazie a myspace. Ma da un punto di vista qualitativo, cosa c'è stato di davvero interessante? Quale gruppo o cantante ha davvero fatto saltare il banco? I Franz Ferdinand? Eminem? Bah...
Negli anni Duemila è tornato in auge il rock, con conseguente comparsa di chitarrone distorte in molti hit da classifica; a bruciapelo mi vengono in mente Jovanotti, i Subsonica, De Gregori, Celentano col suo Rockpolitik, persino i Backstreet Boys. Il problema è che in molti casi si è trattato più che altro di un recupero di sonorità anni Sessanta e soprattutto Settanta. Gruppi emersi in questi anni come White Stripes, Jet, Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, Interpol, Strokes, Libertines, nella maggiore parte dei casi hanno ripreso e "riverniciato" riff che erano un po' caduti nell'oblio, come quelli degli Stooges o dei Velvet Underground. Onore al merito, ma ora credo che sia arrivato il momento di tirare fuori qualcosa di veramente nuovo, nei limiti del possibile.
Col passaggio dagli anni Novanta al nuovo secolo sono quasi scomparsi termini come "dance" o "brit pop". Gli Eiffel 65 sono dati per dispersi, Kris & Kris sono finite a fare l'isola dei famosi; i fratelli Gallagher si sono dati una calmata ma (lo) tengono duro, mentre Richard Ashcroft è ormai l'ombra di se stesso.
Una cosa che mi pare di aver notato è che, mentre negli anni Novanta la maggior parte degli hit da classifica erano pop puro, senza alcuna connotazione di genere, negli anni Duemila è capitato spesso che i numeri uno avessero commistioni con il rock e l' r'n'b; mi vengono in mente, ad esempio, pezzi come "I love the way you move" o "In the shadow", per non parlare del fenomeno Avril Lavigne; sull'altro versante, tutti i pezzi di gente come Beyoncé, Jennifer Lopez, Kelis, Craig David. Sembrano ridimensionati, insomma, fenomeni come le boy e girl-bands con le loro canzoncine da masticare, ora è piuttosto il momento di divette strasexy con voci ansimanti e con tre-quattro linee vocali ancora più ansimanti che si sovrappongono in sottofondo; oppure quello di giovanotti pieni di tatuaggi e ciuffi laterali muniti di chitarre e bassi elettrici, che sono poi l'evoluzione moderna delle boy-bands. Non credo, comunque, che il pop da classifica abbia tratto giovamento dalla contaminazione con generi ben definiti; al contrario, credo si sia verificata una commercializzazione senza precedenti dei suddetti generi. Tra l'altro è diventato rischioso anche lo zapping su MTV, l'attentato agli ormoni è sempre dietro l'angolo: confrontate i video sexy di adesso con quelli di dieci anni fa... io impazzivo per "If you had my love" di Jennifer Lopez, ma riguardato oggi fa quasi ridere...
Forse è aumentato il divario tra musica "mainstream" e gruppi di culto o di nicchia, un po' come accadeva negli anni Ottanta (non a caso rivitalizzati proprio negli ultimi tempi). Cose buone ce ne sono, eccome, ogni anno escono tonnellate di dischi di qualità in ogni genere, ma sembra che ai "piani alti" non gliene importi un fico secco. Quello che manca a mio parere è, come ho scritto all'inizio, la novità assoluta, il cambiamento radicale anche a livello mainstream. Sollecito con vigore tutti voi, revolveriani, rock'n rollers, punkettoni e friulane a esprimere la vostra opinione!
Baci & abbracci
Sempre a vedere film musicali...

Julien Temple è il regista ufficiale del punk. Portano la sua firma "La grande truffa del rock'n roll" e "Sex Pistols, oscenità e furore", che come si può intuire parlano entrambi della stessa band. Con questo film Temple passa invece dalla parte dei Clash e del loro elemento più rappresentativo, John Mellor alias Joe Strummer.
Carrellata delle caratteristiche principali della pellicola:
_La struttura è quella di una biografia cronologica, dalla nascita alla morte. L'elemento originale è dato dal fatto che il protagonista non agisce in prima persona, bensì è raccontato attraverso le parole una serie di personaggi famosi radunati attorno a un fuoco. Strummer compare in spezzoni di filmati e interviste dell'epoca. Vi sono anche brevi cartoni animati che sono stati disegnati dallo stesso Strummer oppure tratti da lungometraggi Disney e che hanno il ruolo di raccontare metaforicamente certe parti del film.
_Il carismatico leader dei Clash non era certo un santo, questo lo sanno tutti. Mi aspettavo comunque che il taglio del film fosse un po' più celebrativo; i personaggi attorno al fuoco, tra cui ricordiamo Bono, Flea e Kiedis dei Red Hot, Jim Jarmusch, Steve Jones dei Pistols, gli ex membri della band e una miriade di ex fidanzate di Joe, usano parole anche dure ("era un codardo"; "rubava le donne agli amici"), salvo poi commuoversi melodrammaticamente quando si arriva al momento della morte. Beh oddio, questa è stata un po' la mia interpretazione, non si può negare comunque che tutti manifestino un grande rispetto per questa colonna del rock (e ci mancherebbe...).
_Topper Headon, il batterista del periodo '77-'82, pare fosse un discreto eroinomane; tuttavia, nelle interviste attorno al fuoco, sembra di gran lunga il più lucido e in forma degli ex membri rimasti. Per contro, non avevo mai veramente visto in faccia Mick Jones, il chitarrista: che faccia da schiaffi! E poi è notevolmente rintronato, a volte parla che sembra Pippo... Pochissimo spazio, invece, per Paul Simonon, il bassista che oggi è tornato sulla cresta dell'onda con i suoi The Good The Bad and The Queen; non sappiamo se sia un caso o se abbia preferito mantenere una posizione defilata. Può anche darsi che il regista abbia voluto dare maggior risalto ai contrasti tra Strummer e gli altri membri della band, e Simonon era forse quello con cui i problemi erano minori.
_Nel complesso, il film parte benissimo e va spegnendosi progressivamente, almeno questa è stata la mia impressione. Non che il ritmo cali, anzi al contrario il problema sembra proprio essere che il ritmo è troppo sostenuto dall'inizio alla fine, si arriva ad un certo punto che manca l'ossigeno e si inizia a perdere il filo. Temple ha voluto rappresentare tutto, la nascita, l'infanzia, la giovinezza, tutte le band e tutte le crisi personali, fino alla morte per attacco cardiaco (aveva una malformazione rarissima mai scoperta) il 22 dicembre 2002; per far questo ha stretto i tempi, correndo velocissimo, a volte troppo, da un episodio all'altro. Inoltre, le parole degli intervistati si intrecciano e si accavallano freneticamente, soprattutto dal momento in cui inizia l'epopea Clash, dopo circa un quarto di film. Ci sono momenti in cui davvero non si riesce a capire chi sta parlando di chi... E poi c'è il solito problema: io pur non essendo un fan dei Clash e di Strummer sono bene informato sulla loro storia; ma chi invece li conosce poco, come fa a seguire tutti i passaggi senza perdersi? Quando ad esempio iniziano a parlare del Nicaragua, chi non ne sa nulla come fa a raccapezzarcisi? (i Clash avevano intitolato un loro album "Sandinista!" in onore del movimento armato comunista nel Nicaragua, nda). Un film con spunti interessanti, insomma, ma alla fin fine ne' carne ne' pesce, talvolta tirato via.
_La frase da ricordare: "Io difendo i fumatori, chi non fuma non può capire. Bisognerebbe proibire ai non fumatori di acquistare qualunque opera creata da un fumatore." Joe Strummer
voto= 6

I Nirvana... che ricordi... l'unico gruppo che ha potuto fare carriera con lo stesso identico nome di un altro gruppo (gli originali erano inglesi, anni '70 e facevano prog); una delle prime rock band priva di groupies; una delle prime ad auto-attribuirsi l'etichetta di perdenti e farne una bandiera; una delle prime a far crollare la grande muraglia tra punk e metal: erano capelloni?, sì, ma vestiti di stracci; facevano una musica potente ed elaborata? forse, ma a guardar bene molti pezzi si reggevano su due accordi-due... erano estranei alla scena punk underground? forse Kurt e Krist, non certo Dave Grohl, che veniva dal gruppo hc degli Scream, per non parlare del primo chitarrista Pat Smear, ex Germs. Insomma, in breve: avevano creato il grunge. Parliamoci chiaro: il grunge è stato un genere musicale di cui faceva parte un gruppo solo. Soundgarden, Pearl Jam, Ailce in Chains erano band eccellenti, ma si trattava di un'altra cosa.
Ormai posso dire di averne sentite veramente di tutti i colori sui Nirvana; per tantissimi adolescenti Kurt Cobain era Dio, punto. I maschi se lo sarebbero sposato, e non era un'esagerazione. Poi, l'età avanza, si diventa grandi (forse) e inizia a far figo rinnegare il passato. E allora, ecco che si fa gara a chi li ha abbandonati per primo (ah, è roba passata, io li ascoltavo in prima liceo! Io in terza media! Io in seconda! IO FACEVO L'ASILO E GIA' MI AVEVANO ROTTO IL CAZZO!). I punk e i metallari si prendono le loro vendette, si inzia ad argomentare su quanto erano sopravvalutati, adolescenziali, e che sarebbe ora di metterci una pietra sopra, etc... Ho un amico americano che ha affermato "I Nirvana erano il mio gruppo preferito, ma ora davvero mi chiedo come ho fatto a venerare un uomo SENZA ALCUN TALENTO!". Personalmente li ho adorati nel biennio 2000-2001, senza magari raggiungere punte di fanatismo estremo, e poi li ho progressivamente archiviati. Come al solito rappresento la salomonica via di mezzo: Kurt di talento ne aveva da vendere, non diciamo cazzate; allo stesso tempo ora come ora la sua musica mi suona in effetti un po' adolescenziale, forse anche a causa dell'overdose di alternative rock a cui mi sono sottoposto nel corso degli anni.
Per quel che riguarda l'Unplugged in New York, registrato ai Sony Music Studios il 18 novembre 1993, considerato da molti fans e critici uno dei più bei dischi di sempre, per me vale lo stesso discorso dei Joy Division e il loro "Unknown Pleasures". Se piace, ben venga, non sarò certo io a spiegare perchè quest'album è brutto, mi mancano gli argomenti. A me, semplicemente, non piace, lo trovo una palla micidiale, 'na flebbo come direbbe qualcuno. La ripetitività nella musica dei Nirvana era un loro punto di forza, ma questo valeva solo se la spina dell'elettricità era attaccata; in acustico, molti brani immortali diventano delle nenie insopportabili, perdendo tutto il loro fascino. Pochi sono d'accordo con me, ma io trovo che le strutture di molti brani sono fatte apposta per essere gridate con rabbia, non per essere sussurate da una voce dall'oltretomba. Capisco che i pezzi scelti in scaletta non fossero certo tra quelli più aggressivi, ma ciò non cambia di molto la situazione: per me, senza la potenza elettrica sono canzoni svuotate. Quanto alle tante cover, beh, non mi sono mai sembrate questi capolavori da promuovere e riscoprire a tutti i costi. Per me si tratta insomma di un disco ne' carne ne' pesce, un esperimento interessante e con canzoni che comunque hanno fatto la storia del rock, ma nulla più.
Qualche curiosità:
_le scenografia era stata scelta da Kurt in persona, che voleva che il tutto fosse "simile ad un funerale".
_le canzoni erano state registrate tutte al primo tentativo, mantenendo le piccole imperfezioni tecniche, il ché non era obbligatorio visto che lo show era stato costruito apposta per essere tagliato, montato e mandato in onda solo un mese dopo.
_Kurt aveva avuto una crisi poco prima di salire sul palco, ed era stato calmato con una dose di eroina.
_Il cantante, allontanandosi dal palco a fine concerto, pare abbia commentato "non è piaciuto a nessuno".
voto= 6
Il vostro MisterJive con Nadia Fanchini
(sembro un gay...)
(sono un gay...)
tanto per rinvigorire un po' questo blog agonizzante: a breve recensione provocatoria che farà sobbalzare sulla sedia qualcuno...
Folk music is coming to town...

difficilmente potrò esserci, quindi mi faccio perdonare pubblicando la locandina di questa magnifica serata (e pre-serata).
Anticipazione dei prossimi post: una recensione cinematografica (se Paul ce la fa) e due classici sopravvalutati; uno non dovrebbe fregare a nessuno, l'altro invece farà sobbalzare sulla sedia...

Un anno e mezzo fa avevo recensito il vecchio cd dei .Nebbia, “Tutto e Niente”, incensandolo di grandi lodi. Si trattava però di un lavoro parecchio datato, visto che risaliva al 2003. Forse anche per farsi perdonare la lunga attesa, la band ha inondato questo 2007 di cd, ben quattro, usciti ad ogni cambio di stagione e contenenti ciascuno tre brani. Non ho voglia ora di stare a spiegare dettagliamente il progetto, le palle ce le hanno già rotte a sufficienza i membri della band durante i vari concerti e interviste, si sappia solo che il titolo di tutto questo ambaradan musicale è appunto “Cambi”. In ogni caso, chi incredibilmente non ne sapesse ancora nulla e volesse informarsi può andare sul loro sito, qui a sinistra trovate il link.
Certo la curiosità attorno al progetto era tanta, anche perché il gruppo, dopo un avvio molto promettente, si era addirittura sciolto, all’inizio del 2005, salvo poi riformarsi sottoforma di trio (all’inizio erano un quartetto); il ritorno discografico dopo questo periodo lungo e alquanto burrascoso era dunque molto atteso. Risultato? Euh.... ehm…. beh insomma buono, molto buono, non c’è che dire. Era giusto per creare un po’ di suspense.
Veniamo al dunque: questo lavoro conferma tutte le impressioni buone che si avevano della musica dei .Nebbia, ossia un livello compositivo alto, e un livello tecnico idem; in particolar modo, le loro canzoni danno sempre l’impressione che non ci sia mai una nota messa lì a casaccio, mai un riempitivo. Sono brani fatti e finiti, belli tondi; io non so se questo sia dovuto al fatto che tendono sempre pericolosamente al pop e quindi mancano tentativi sperimentali, oppure se semplicemente nello scrivere canzoni la band sia un gradino sopra tutti all’interno della scena underground torinese; a mio modesto parere, si tratta della seconda ipotesi, ma naturalmente è opinabile. Quel che non è opinabile è la compattezza e l’affiatamento che dimostra il terzetto, soprattutto dal vivo: da un lato, abbiamo l’artista, il poeta maledetto, la mente del gruppo; dall’altro, gli “svizzeri”, due nerds che insieme formano una delle sezioni ritmiche più precise ed eclettiche di tutta Torino.
Breve commento cd per cd:
_”Spera”: è quello più metal, le tre tracce sono tutte molto aggressive, in particolare la terza, “Sola”; notevole il basso funky di Psusu/Flea nella strofa di “Sara non Sa”. Il livello è alto dall’inizio alla fine, peccato per una registrazione deficitaria, che non rende giustizia alla qualità dei brani; il sound è troppo ovattato e ci sono delle imperfezioni tecniche. Voto= 7,5
_”M’Ama non m’Ama”: qui c’è maggiore pacatezza, il volume è più basso, si fa meno uso di distorsione e i suoni sono meno potenti. L’attacco drum’n bass della prima traccia, “21 Giorni”, è eccellente, anche se a mio parere il ritornello latita un po’. La seconda, “Cinque Anni Fa”, è uno dei due capolavori di “Cambi”, grazie ad un bellissimo testo, una melodia diretta ed efficace ed una memorabile sequenza di accordi. Non straordinario invece l’ultimo pezzo, “Zenigata”. Voto= 7,5
_”Piano B”: qui si trova il secondo brano capolavoro, “Malvida”, veloce e caratterizzato da un bellissimo stacchetto strumentale. Ascoltate la versione acustica eseguita nella trasmissione “Grazie per l’Add” di Radio 110, ne vale la pena… Gli altri due brani sono potenti ma non particolarmente degni di nota, in particolare non convince “Ore Vuote” (anche se so che qualcuno non è d’accordo…) ;-). Voto= 7,5
_”Un Lieto Fine?”: Di nuovo problemi in fase di produzione, soprattutto per quel che riguarda la batteria; il pezzo migliore sembra essere “Alaska” con i suoi bei passaggi strumentali metallizzati, anche se Plinio sembra avere qualche difficoltà negli acuti. Discreti gli altri due brani, con un clamoroso wall of sound nel finale dell’ultima traccia, “Tutti Uguali”, che suggella anche nelle parole del testo la fine di questo concept metereopatico (ricordiamo sempre che i cd sono usciti nei cambi di stagione). Voto= 7,5
Il gruppo nel complesso è maturato rispetto agli esordi. Volendo fare paragoni più specifici col vecchio album, si può dire che, mentre là c’era un livello medio molto alto con poche differenze tra un brano e l’altro, qui si trovano invece due canzoni assolutamente eccezionali e nel contempo ve ne sono altre così così. E’ peggiorata la qualità della registrazione, e’ aumentata la gradazione pop, Plinio ha diminuito la grinta e ha migliorato la dizione. Il voto finale è un premio alla costanza, è un’impresa riuscire a fare una tirata di 12 brani senza mai scivolare in riempitivi. Com’era prevedibile mi son già fatto il cd “.Nebbia – the complete discography”…
Voto complessivo= 8
nebbia@galleriamartano.it www.mao80.it/nebbia www.myspace.com/nebbiarock

Per smorzare la fervente e trepidante (??) attesa della recensione dei .Nebbia, ci tenevo a festeggiare, anche se con 2 giorni di ritardo, i 50 anni di Shane MacGowan.* Per chi non lo conoscesse, si tratta di uno dei più grandi poeti dei nostri tempi.
E visto che siamo in clima di festività, riporto la traduzione italiana del testo di una delle più belle canzoni natalizie di tutti i tempi, scritta da MacGowan assieme al banjoista Jem Finer. In grassetto le parti cantate da Kirsty MacColl, che nella canzone ha il ruolo della "partner" di Shane.
Fairytale of New York - Fiaba di New York
Era la vigilia di Natale piccola
nella cella degli ubriachi
un vecchio mi disse, non ne vedrò un'altra
e poi cantò una canzone
The Rare Old Mountain Dew
girai la testa dall'altra parte
e sognai di te
Ne avevo uno buono
lo davano diciotto a uno
ho la sensazione
che questo sia l'anno per me e te
Buon Natale allora
ti amo piccola
riesco a vedere un periodo migliore
nel quale tutti i nostri sogni si avverano
Hanno auto
lunghe come banconi
hanno fiumi d'oro
ma il vento fila
dritto attraverso te
Non è un posto da vecchi
Quando per la prima volta mi prendesti per mano
in una gelida vigilia di Natale
Mi assicurasti
che Broadway mi stava aspettando
Eri attraente
eri graziosa
la regina di New York
quando il gruppo finiva di suonare
ne chiedevano a gran voce ancora
Sinatra swingava
e gli ubriachi cantavano
Ci baciammo in un angolo
e poi ballammo tutta la notte
I ragazzi del coro del NYPD
cantavano "Galway Bay"
e le campane festeggiavano
l'inizio del giorno di Natale
Sei un fannullone
sei una canaglia
sei una vecchia sgualdrina a pezzi
stesa là mezzo morta a frignare
nel letto
Sacco di merda
verme
pidocchioso ricchione da due soldi
Buon Natale faccia da culo
prego Dio
che sia l'ultimo
Avrei potuto essere qualcuno
come può chiunque
mi hai rubato i sogni
dalla prima volta che ti ho visto
Li ho tenuti con me piccola
li ho messi insieme ai miei
non posso farcela da solo
ho costruito i miei sogni intorno a te."
*il tipo nel video che assomiglia a Margiotta è morto un anno fa di tumore. Se invece vi state chiedendo cosa sia successo alla dentatura di Shane, ebbene pare che si sia ridotto così dopo aver tentato di mangiare il vinile di "Pet Sounds" dei Beach Boys, mentre era in trip di LSD...

Mi sono innamorato di questa foto:

Anche se ormai ho rinunciato all'idea balzana del fan club, ci tengo ugualmente ad onorare lo splendido podio di costei nell'indivduale di coppa del mondo a Pokljuka in Slovenia!


Per chi mi considera un fanatico:
www.it.wikipedia.org/wiki/Michela_Ponza
Non disperate, presto nuove recensioni viulente!
Comincia la sezione "classici sopravvalutati"...

"Ad evolversi è un'inquietante ragnatela musicale che vede stagliarsi la voce ipnotica e spettrale di Curtis (...) il repertorio capolavoro dei Joy Division fagocita un senso cosmico di frustrazione (...)". Sono frasi tratte dal dizionario del pop-rock (Baldini Castoldi Dalai 2005); personalmente trovo che siano efficaci nel promuovere l'acquisto del disco, danno l'idea di qualcosa di unico ed eccezionale. Beh, a dire il vero forse questo "Unknown Pleasures" (non mi piace come titolo...) è stato davvero qualcosa di unico ed eccezionale: se i Joy Division sono considerati uno dei più grandi gruppi di sempre un motivo ci sarà. Io tutto quello che posso dire è che l'album ha una caratteristica peculiare che me lo rende particolarmente indigesto: è pieno di vuoti (e scusate il bisticcio di parole). Insomma, abbiate pazienza ma dopo un minuto e mezzo in cui si ascolta solo una batteria che esegue un tempo rock banalissimo, per di più registrata come se fosse distante una cinquantina di metri dal microfono, io inizio a rompermi le palle...
Per carità, non tutti i pezzi sono così, anzi, e poi posso capire che il minimalismo piaccia. Ma un conto è il minimalismo punk, dove con pochi accordi ed una voce sguaiata si possono esprimere tante cose, un conto è una musica in cui non c'è niente, neanche quei pochi accordi, o meglio gli accordi ci sono ma sono stilizzati, stereotipati, robotici, ridotti alla banalità più assoluta in nome di una presunta espressione di oscurità, glacialità, inumanità e chissà cos'altro.
La mia è una provocazione naturalmente, ribadisco che stiamo parlando di una band di culto, pietra miliare nella storia del rock, anche se il suicidio del leader Ian Curtis, avvenuto il 18 maggio 1980, ha spezzato prematuramente la carriera del gruppo (i New Order sono un'altra cosa). Tuttavia, non si può riuscire ad apprezzare tutto nella vita, e l'effetto che mi fa l'ascolto di questo disco è un senso di vuoto, appunto.
Non ci vedo solo lati negativi comunque, anzi: il primo brano, "Disorder", è un capolavoro, sembra una versione punk di qualche hit degli U2 (che saranno anche sopravvalutati ma qualcosa di buono l'hanno fatto, è innegabile). Il secondo anche non è male, "Day of the Lords", e segnalerei anche la traccia nove - in tutto sono dieci - "Interzone", la più rock'n roll e ballabile di tutte, nonchè l'unica che conoscevo all'inizio e che mi aveva invogliato a scoprire quest'album.
Riconosco che il mood è importante per l'ascolto di "Unknown Pleasures", se si è colti dalla catatonia o dalla depressione più totale si riesce a penetrare più facilmente nelle maglie di questa musica. Altrimenti, l'ascolto inizia a diventare arduo già alla terza traccia... In ogni caso consiglio fortemente questo disco a chiunque sia curioso di sapere dove fosse andato a finire il punk '77: l'hardcore non nasce probabilmente prima dell '80 e comunque si distanzia non poco dal movimento originario; i Joy Division, e insieme tutti i primi gruppi new wave, sono i veri discendenti diretti, il prodotto delle ceneri del punk. La struttura musicale è la stessa, il nichilismo di fondo anche, i limiti tecnici idem. I new wavers hanno però innestato su questo tronco melodie quasi pop, oscurità e freddezza appunto (da qui i primi dark) e anche sintetizzatori (stiamo entrando negli anni Ottanta, dopotutto). Volenti o nolenti è un'evoluzione anche questa...
voto= 6,5

A volte si parla di "one shot band", per indicare un gruppo che azzecca l'hit da primo posto in classifica, ma poi sparisce nell'anonimato, non riuscendo più a ribadire quell'unico grande successo. Speriamo non sia il caso dei Farmer Sea, vincitori della seconda edizione di RockOnCircle, i quali all'inizio del 2006 diedero alle stampe l'EP "Where People Get Lost and Star Collide" che conteneva il singolo perfetto per eccellenza, quella "Teenage Love" che tanto aveva fatto discutere nell'underground torinese e non solo. Ad un anno di distanza i quattro hanno fatto uscire questo mini-cd di sole due tracce, che dovrebbe rappresentare un passo di transizione verso il full-lenght previsto per il 2008. L'impressione, ascoltando sia questi due brani sia le restanti tracce dell'EP del 2006, è che Teenage Love rappresenti il picco di una produzione che altrimenti fatica a dinstinguersi dal livello medio e dai canoni dell'indie-rock nazionale. Dgstbs a manetta, sia ben chiaro. In ogni caso, il punto di forza della band sembrano essere le atmosfere; la recensione positiva di Nerdsattack sottolinea molto questo punto, ed in effetti se si riesce a penetrare molto nel "mood" di questo disco le due tracce risultano indubbiamente affascinanti. Ma, sperando di non essere influenzato da un metro di giudizio troppo "rock'n roll", trovo che il rischio di annoiarsi sia dietro l'angolo, da un momento all'altro ci si può smarrire nelle trame dilatate e soffuse della musica proposta dai nostri.
La prima traccia, "Neil Young is Watching Me", è quella più rock e si contraddistingue per un ottima ritimica, incalzante e ballabile, su cui si staglia un arpeggio di chitarra molto indie che accompagna buona parte del brano. Canzone interessante, anche se forse si trascina un po' troppo a lungo. La seconda traccia è la title track che con le sue dilatazioni elettroniche sembra davvero voler trasmettere un'atmosfera di pace invernale (d'altronde la copertina stessa, con questa strada innevata vista dal finestrino di un'auto, non lascia dubbi sulle intenzioni del cd). La struttura musicale è diversa rispetto al primo brano, la ritmica è meno in evidenza e il pezzo scorre via lento, progressivo, aumentando il volume fino ad un ritornello finale potente ed elettrico, anche se sempre cantato con voce soffusa. L'effetto in generale è comunque piuttosto soporifero, forse troppo, giudicate voi.
Un in bocca al lupo in ogni caso alla band torinese, che ricordiamo aver partecipato nientemeno che all'ultima edizione dell' Heineken Jamming Festival, riuscendo per fortuna a scampare di poco all'uragano che sconvolse il programma della giornata.
voto= 6
www.farmersea.it www.myspace.com/farmersea farmersea@hotmail.com

Cosa vuol dire essere punk? Alla fine non lo sa nessuno, ci sono probabilmente più definizioni del punk che punk stessi.
Frank Zappa una volta (su cosa non si mai è pronunciato Zappa?) ha affermato: "i punk dicono: ok, noi suoniamo veloce e distorto e allora? Ecco, a me piace quel: e allora?".
Joey Ramone nell'ultimo periodo della sua vita si era messo a giocare in borsa. John Lydon, Johnny Rotten, "Gianni il marcio", recentemente ha partecipato all'Isola dei Famosi inglese. Sapete che vi dico? Che queste per me vanno collocate tra le cose più punk che i due abbiano mai fatto. Avrebbero dovuto vestirsi di pelle e catene e salire sui palchi, anche con rughe sotto gli occhi che sembrano trincee? Non so, magari sì. Ma io credo che sarebbero sembrati più dei pagliacci che dei punk, e mi piace invece immaginarli mentre rispondono alle lettere schifate di migliaia di fans, allibiti nel vedere Joey affarista e johnny venduto alla tv, con uno strafottente "So what??".
Dicono che i Sex Pistols fossero una boy-band. In un certo senso è vero... So what?
Non si finisce mai di scoprire cose nuove: mai mi sarei aspettato che Kurt Cobain considerasse "Never Mind the Bollocks" l'album meglio prodotto di sempre. Personalmente sono totalmente d'accordo con lui: certo i suoni sono grezzi, ma non ostici; il missaggio è perfetto, nessun gruppo punk ce l'ha mai avuto così perfetto. Se si vuole cercare il suono del punk, quello vero, qui lo si trova.
Che poi, badate bene, non è affatto vero che i Sex Pistols fossero incapaci a suonare: certo non erano dei virtuosi, ma il detto "meglio far bene le cose sempici che male le cose difficili" si applica perfettamente alla loro musica. E la sezione ritmica, quella formata da Paul Cook e Glen Matlock, dava del filo da torcere a molte altre sezioni ritimiche più blasonate...
Glen Matlock... Qualcuno ce l'ha presente? era un discreto bassista dall'ottimo orecchio musicale, borghesotto di buona famiglia e per questo non ben visto dagli altri Pistols, in particolare Lydon. Forse è diventato più famoso per il fatto di essere stato sostituito da Sid Vicious, che per altro. Non molti sanno che quasi tutte le musiche del gruppo, queste poche note che hanno sconvolto il mondo del rock, sono state composte proprio da questo tizio, non da Sid, non da Johnny (che scriveva i testi), non da Steve Jones, che dei Pistols era il fondatore.
Il brano "Bodies" è una delle più grandi canzoni della storia del rock'n roll.
conclusione migliettiana: chi era meglio secondo voi, i Sex Pistols, i Clash o i Ramones? Io dico Sex Pistols, Rui probabilmente direbbe Clash e tutti gli altri Ramones. In ogni caso ditemi voi direttamente chi preferite, e se vi piace il punk oppure no!
bibliografia: http://www.ondarock.it/rockedintorni/sexpistols.htm
Questo post è dedicato agli appassionati di Hardcore Punk

Una via di mezzo tra Raw Power e Metallica. Questa è la migliore definizione che si può dare degli Upset Noise, gruppo di Trieste che a fine anni Ottanta era sulla cresta dell'onda nell'ambito dell' HC italiano e non solo. Per Metallica, naturalmente, non si pensi a Nothing Else Matters: mi riferisco ai Metallica più thrashers, quelli che "spaccavano 'er culo", come direbbe qualcuno, quelli dei primi tre album. L'approccio musicale degli Upset Noise era esattamente lo stesso dei "leggermente" più famosi colleghi californiani: chitarre elettriche suonate alla velocità della luce, ritmiche devastanti, livello tecnico alto, molto alto. Dagli emiliani Raw Power, invece, i quattro di Trieste carpivano l'immediatezza, la furia selvaggia: Le divagazioni virtuositiche tipiche del thrash metal nella musica dei nostri erano ridotte, il ché faceva sì che gli Upset Noise potessero essere ricondotti al genere Hardcore pur restando in una "zona di confine".
L'album "Nothing More to Be Said", anno 1988, arriva dopo una serie di EP iniziata nell '84 con uno split coi Warfare, ed avrà un solo seguito, almeno sulla lunga distanza: "Come to Daddy" del '93. Le tracce sono nove, per un totale di 31 minuti. La prima parte del disco è probabilmente la meno interessante; l'opener "Weekend massacre" ha un bell'intro percussivo che sfocia in una deflagrazione thrash notevole; ottimo anche il riff iniziale di "Upset Noise" anche se poi il resto del pezzo non è all'altezza. Tutte le prime 4 tracce sono molto aggressive ma forse non particolarmente degne di nota. L'atmosfera cambia leggermente con la quinta, "One Minute Drama", caratterizzata da un lungo intro melodico che dà un po' di respiro al disco. Seguono due buoni pezzi aggressivi, "Walking on my Brain" e "Who Said", che precedono uno dei brani sicuramente migliori del disco, dall'enigmatico titolo di "Sex a Crime", potente e violento al punto giusto. L'ultima traccia, "Non Voglio", è un colpo di genio assoluto: irrompe in fade-in un riff di chitarra che farebbe invidia ad Eddie Van Halen e che sfocia in un brano semi-strumentale molto hard-rock e forse un po' zama, ma assolutamente emozionante. La voce recita un breve monologo a circa metà brano ed è l'unico frammento in italiano del disco.
Il cuore metal della band prenderà il sopravvento nell'album successivo, "Come to daddy", allontanando sempre più gli Upset Noise dallo stile canonico dell'HC. Rimane in ogni caso un album assolutamente da riscoprire, trasversale e innovativo come pochi, almeno per l'epoca. So che alcune persone che ogni tanto leggono questo blog non li apprezzano più di tanto, e bisogna riconoscere che a livello creativo i Negazione erano probabilmente un gradino superiori; nonostante ciò penso che sia davvero arrivato il momento di riportare in auge un gruppo fondamentale per capire la facciata più oscura e priva di compromessi degli anni Ottanta.
Voto= 7,5
A questo punto direi che è d'obbligo, per farsi due risate:
http://www.youtube.com/results?search_query=radio+110+miglietta

"Io non sono qui" è un film su Bob Dylan, questo penso lo sappiate tutti. E' considerato un film "musicale", ed in effetti le canzoni del grande menestrello di Duluth scorrono a fiumi, rendendo tra l'altro consigliatissimo l'acquisto della colonna sonora. Ma se la qualità dei brani è indubbia, non saprei invece tanto cosa dire sulla pellicola in se': perchè io sono un dylanologo e come tale ho visto un film nel film, mi sono divertito ad osservare come hanno rappresentato il personaggio, i modi di fare, i vezzi, l'atteggiamento. E' un po' la stessa cosa che mi è successa con Last Days, capolavoro di Gus Van Sant ispirato a Kurt Cobain. Mentre tutti seguivano la trama, io guardavo come il protagonista era vestito, come parlava, se era davvero mancino, etc... Non a caso per entrambi i film si è creata la stessa scena: io che esco dalla sala contentissimo e convinto di avere assistito ad un capolavoro, mentre gli altri spettatori esprimono giudizi negativi boffonchiando annoiati.
Io Non Sono Qui è diviso in sei episodi spezzettati, che si intersecano l'un l'altro. La durata varia molto da episodio a episodio, facendo sì che si crei una sorta di gerarchia interna al film. In ordine di importanza: Cate Blanchett interpreta Jude Quinn, una rockstar tormentata che muore in un incidente motociclistico, in riferimento al biennio '65-'66 di Dylan, il periodo rock; Heath Ledger è Robbie, un attore che si innamora di una pittrice francese (Charlotte Gainsbourg) e con lei mette su famiglia, fino ad arrivare al divorzio nove anni più tardi; è il Bob Dylan della vita privata, sentimentale. Marcus Carl Franklin è un ragazzino nero di 11 anni che interpreta Woody Guthrie, ragazzo prodigio che scrive e canta il folk e si ritrova alla fine al capezzale del suo omonimo, il grande cantautore degli anni Quaranta. E' un chiaro riferimento all'adolescenza dell'artista di Duluth. Richard Gere è Billy the Kid, leggendario fuorilegge scampato alla cattura ma ormai vecchio, che torna nei suoi luoghi di gioventù; è l'episodio più indefinibile e surreale, potrebbe rappresentare la vecchiaia di Dylan, ma anche, metaforicamente, il suo essere "cowboy solitario". Christian Bale è jack Rollins, un timido cantautore folk che diventa l'idolo dei giovani ed è acclamato alla stregua di un profeta, e che dopo diversi anni diventa un predicatore cattolico. E' riferito sia all'inizio del successo ('63-'64), sia, con un'ellissi forse un po' discutibile, alla svolta religiosa di fine anni Settanta. Infine, Ben Whishaw è Arthur Rimbaud, il poeta simbolista francese che parla con le parole di Dylan, sempre e solo ripreso in primo piano durante un'intervista che sembra però più un'udienza in tribunale. E' l'episodio collante, che non rappresenta un periodo ben preciso quanto piuttosto il modo di pensare e di vedere le cose di "His Bobness".
Cate Blanchett è splendida, riesce ad essere identica a Bob Dylan e allo stesso tempo bellissima. Il suo episodio per me è di gran lunga il più bello, e la scena iniziale è la mia preferita di tutto il film: quella in cui Jude e la sua band salgono sul palco del festival di Newport, acclamati da una folla convinta di stare per assistere ad un concerto folk e che viene invece sommersa da una scarica di decibel ed elettricità, ritrovandosi dei mitra (metaforici) puntati addosso. E' un personaggio maledetto, Quello della Blanchett, pregno di poesia Beat (non a caso ad un certo punto compare anche Allen Ginsberg su di un sidecar). Non solo l'odioso giornalista che lo intervista, ma anche i suoi fidati collaboratori appaiono tutti vuoti al suo confronto, privi di spessore e dalla mentalità gretta. Curioso l'abbinamento di personaggi fittizi e reali: oltre al succitato Ginsberg, compare anche Brian Jones, e viene citato il folksinger Phil Ochs.
Quanto gli altri episodi, ho trovato interessante quello del bambino nero che si ritrova a suonare al letto d'ospedale del leggendario Woody Guthrie; c'è anche per me un momento emozionante, quando il bambino suona "Tombstone Blues" assieme al VERO Richie Havens, uno dei grandi di Woodstock, ormai sessantaseienne ma sempre in forma. Heath Ledger, invece, è odioso: assomiglia a Kurt Russell periodo "Tango & Cash" e sembra più un eroe d'azione che Bob Dylan, con quella faccia da duro arrogante. Può essere efficace, questo sì, per descrivere un uomo vincente, deciso, e può darsi che sia effettivamente l'immagine che il regista vuole dare di questo episodio. Charlotte Gainsbourg, per contro, sarà anche una figlia di papà (e di mamma) dalla mediocre bellezza, però è davvero affascinante... Richard Gere interpreta un personaggio malinconico, sullo sfondo di una prateria americana spesso crepuscolare; a differenza del ritmo sostenuto che caratterizza gli altri episodi, qui aleggia una certa tranquillità, velata forse da un po' di tristezza. Interessante, in ogni caso. Un po' troppo "riassunto", invece, il personaggio di Jack Rollins, presentato tramite le interviste a persone vicine a lui (Julianne Moore interpreta una folksinger tale e quale Joan Baez!). E' un uomo visto con l'occhio dei media, e per questo a volte mi pare spersonalizzato. L'idea di non farlo mai parlare in prima persona è comunque originale e interessante.
Il film è ben fatto, su questo non ci piove. Doveva essere evitata la biografia tradizionale, sarebbe stata secondo me scontata e noiosa, mentre quest'idea di creare sei personaggi fittizi che simboleggiano l'artista è veramente azzeccata, d'altronde pare che Dylan stesso abbia apprezzato la scelta. Non saprei però se consigliarlo, perchè ho il timore che chi non è particolarmente interessato al personaggio potrebbe smarrirsi, non capire i passaggi. E', forse, un film per fans. Qualcuno che l'ha visto dica cosa ne pensa... io non ero molto ispirato stasera...
voto= 7,5